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02/03/2012

Reyer a Teramo, città nord del sud


di Carlo Rubini

Teramo, come molte città del versante adriatico, è situata all'interno nella fascia collinare che degrada dall'Appennino verso il mare.
Spiegazione semplice di questo brulicare sui colli interni di centri storici tra Marche e Abruzzo: la viabilità nord sud fino a tutto l'ottocento scollinava i contrafforti trasversali all'interno, valle-dorsale-valle-dorsale, preferendo questo andirivieni alla malsicura viabilità di costa che, in prossimità dei numerosi sbocchi a mare dei fiumi, presentava acquitrini e difficoltà d'insediamento.

Tutto cambia a cavallo tra '800 e '900 con la costruzione della ferrovia litoranea, con le bonifiche, con la strada automobilistica e con il turismo balneare; e tutto si sbilancia a mare.
Così città preziose come questa finiscono per essere dimenticate dalla mappa mentale dell'attraversatore frettoloso.

Teramo, anche in questo caso replicando una modalità preappenninica, sorge su un rialzo alla confluenza di due fiumi, il Tordino e il Vezzola.
Più che fiumi li si direbbe dei grossi torrenti.
In un fazzoletto di metri quadri nel centro storico vi sono raggruppati due simboli della sua storia: i resti del teatro romano, a rimarcarne le antiche origini, e la cattedrale di Santa Maria Assunta, bella e semplice costruzione romanico-gotica impreziosita da un elegante rosone, eredità della sua rinascita medievale nel secolo d'oro tra 1100 e 1200.
Attorno si articola compatta la città vecchia, a cui si accede da porte urbane originali; oltre i ponti, sui due fiumi, la città moderna per un insieme che sfiora i 60.000 abitanti nell'intero comune.

Passeggiando per le strade si percepisce e si respira cultura, civiltà e orgoglio cittadino. E un carattere molto abruzzese. Che, non lo si dimentichi, è più regione di monte che di mare, anche per le già dette ragioni.
E anche Teramo è contrassegnata dal vicino massiccio del Gran Sasso, terra di pastorizia, di transumanze, ma anche di oliveti e vigneti che ammantano i colli circostanti, tradendo nel contempo la vicinanza mediterraneo-adriatica. Mitigatrice spesso, portatrice anche di afe estive quando le sciroccate umide arrivano fin qui. Ma vicinanza traditrice quando i venti balcanici di nordest arrivano senza ostacoli secchi come fucliate a sposare masse d'aria umida provenienti dal lato opposto con un solo risultato: nevicate abbondantissime a bassa quota.
Puntuale questo è accaduto all'inizio di febbraio 2012 quando anche Teramo è stata sepolta di un soffice manto bianco.

Per finire si può dire che a Teramo siamo nel nord del sud.
A dispetto che il suo parallelo è più elevato di quello di Roma, la città, essendo stata inglobata da sempre nelle succedutesi dominazioni meridionali, dai Borboni, agli Spagnoli e giù giù fino ai Normanni, ha acquisito cultura meridionale, contrassegnata anche dalla parlata nordabruzzese di influenza ancora meridionale (anche se la transizione con l'ascolano-marchigiano è a un passo). Per dire: anche qui il parco cittadino viene chiamato 'Villa Comunale', secondo la tradizione che vuole questi parchi derivati da acquisizioni private di Residenze nobiliari (di baroni o simili). E così la si chiama anche in Calabria e in Sicilia.

Ma Teramo è il nord del sud anche come qualità della vita complessiva.
Collocata al 60° posto nelle classifiche nazionali, si posiziona però ai primi posti del meridione, dal momento che ovviamnete tutte le 59 che la precedono si trovano nel centro nord.

Posto gradevole, decisamente.
Da apprezzare anche con la cultura alimentare e nei cibi. Tutti di terra a confemare il carattere della città e del suo territorio. E specifici a sottolinearne l'originalità.
Si veda per esempio la 'Ndocca, un piatto a base di parti meno nobili del maiale, muso, cotiche ed altro, calorico e robusto, come vuole un luogo dove gli inverni possono anche essere rigidi.
Se si vorrà esagerare lo si farà precedere dalle Scrippelle, specie di sfogliatine tipo creps a base di farina e acqua, di solito arrotolate con un farcia di carne o in brodo. Poi, di impronta più regionale, gli spaghetti alla chitarra conditi con ragout misti o di solo agnello. Mite bestiola che compare peraltro in molti secondi piatti, anche alla brace o allo spiedo, accompagnati da ricche verdure cotte.
Per innaffiare si può ricorrere al classico bianco Trebbiano d'Abruzzo che proviene dai vigneti circostanti, magari sbocconcellando gustosi stagionati pecorini d'antipasto, ma per questo va bene anche un Cerasuolo rosato.
Per i robusti piatti di carne però ci si orienti sulle molte versioni dell'altrettanto classico Montepulciano, re dei rossi abruzzesi con specifiche produzioni teramane.