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10/02/2012

"Superbasket", poesia che deve continuare


di Massimo Foscato

Leggiamo preoccupanti messaggi sulla sopravvivenza del settimanale Superbasket (la prossima settimana, comunque, in edicola con uno speciale sulle Final Eight di Coppa Italia con la Reyer).
Massimo Foscato, giornalista veneziano che per molti anni ha vissuto accanto ad Aldo Giordani la nascita, l'affermazione, l'esaltazione di un giornale culto per gli amanti della pallacanestro come Superbasket, ha scritto per VE.Sport lo splendido pezzo riportato qui di seguito:



SUPERBASKET, OVVERO: SUPER+BASKET
di Massimo Foscato

“Superbasket”. Due parole in una: SUPER + BASKET.
Una preposizione della lingua di Catullo e di Ovidio e un sostantivo dello slang di Obama e del prof. Naismith.
Elementi che messi assieme, fusi atomicamente per la prima volta il 7 novembre del 1978, rappresentarono da subito una bomba, un cult, un sigillo che ha impresso le proprie stigmate in generazioni e generazioni di appassionati.
Saliamo sulla macchina del tempo e via con l’amarcord, ragazzi.

Primo flash o meglio Numero 1 del nuovo vangelo: Bob Morse in copertina, “Italia contro America” titolo-tema del campionato, costo 700 lire a copia e abbonamento annuale a 22.000, Rusconi Editori Associati, manna per il popolo dei figli del “boom del basket”.
Molti nati e cresciuti nell’era della pallacanestro, alcuni, come il sottoscritto, pronipoti dell’era della palla al cesto. Quella, tanto per contestualizzare a voi che soffrite e gioite per un “ciuff” o uno “stoppo” nel terzo millennio, degli scudetti Anni ’40 targati Reyer.
Che si scrive R-E-Y-E-R ma si pronuncia R-A-Y-E-R : ditelo, per favore a tutti i telecronisti e in primis ai neo “Umanisti” di Brugnaro, cui raccomanderei d’esporre i tre vessilli tricolore nel nuovo palasport.

Ma oggi, hic et nunc, parliamo di Superbasket.
Nato dalla costola del Guerin Sportivo, targato Bologna, e dal cuore, prima ancora che dal fegato imprenditoriale, di Aldo G-I-O-R-D-A-N-I, il mio mentore.
Mister Pressing, alias Alfa Gamma, alias “The voice”, si era rotto le palle per lo spazio che il direttore Italo Cucci dedicava ai vari palla-pizzuta (rugby), palla schiacciata (volley), sfrega-selle (ciclismo).
Gettato il dado, passò il Rubicone e si trascinò dietro una “sporca dozzina” di corrispondenti.
Per l’A 1, tra gli altri legionari sempre in marcia su Milano, Sauro Chianti, Nando Macchiavelli, Michele Fuligni, Mario Cappelli, Romano Piccolo, Attilio Frizzati e, last but not least, il qui scrivente.
Apostoli o accoliti che per “Essebi” si sarebbero gettati nel fuoco, malgrado venissero pagati poco e sempre in ritardo. Ma vuoi mettere leggere, e far leggere all’amico e, soprattutto all’amica…di turno, la tua firma al lunedì in classe o in ufficio sotto un pezzo con tanto di foto e tabellino, statistiche e pagelle?
Da quel nucleo, sarebbero usciti i Bagatta, i Chiabotti, i Viberti, mentre, in contemporanea, sarebbero entrati Oscar Eleni, Civolani, Bosco, Corsolini jr, oltre al mitico Peppino Cellini.
Ma, per non farsi mancar niente, largo a Dan Peterson, Gamba, Bianchini, Lajos Toth. Gente con cui il file rouge non si è mai spezzato.
Ancor oggi, infatti, entrato oramai nell’età della pensione, con buona pace del prof. Monti e delle profezie Maya, se chiudo gli occhi riemergono tanti frammenti.
Le palpitazioni cardiache con cui si esibiva, specie in trasferta (campionato, Korac o Europei), l’accredito con stampigliato “SB”.
Il fuoco sacro con cui si dettavano gli articoli allo stenografo di turno o tramite fax numero 02 279846 sempre intasato.
La smania con cui ci si fiondava all’alba nella solita edicola, maledicendo se i problemi di spedizione rimandavano l’uscita al martedì.
Sfogliando quei numeri – tutti gelosamente archiviati -, rileggendo quelle pagine mi sono rivisto in rapido flash back: sbarbato corrispondente alla Misericordia di Cannaregio; supergasato titolare della rubrica “Time Out” inventata sul pullman verso il Palazzetto di Gorlin e Faggionato a Vicenza; intervistatore talvolta contestato dal coach di turno perché non portavi il cervello all’ammasso e certi scoop nessuno, nemmeno paron Zorzi, te li perdonava, ma sempre difeso dal povero Lelli o da Praja Dalipagic negli spogliatoi dell’Arsenale; infine, padre di famiglia, con gli occhi lucidi davanti a mio figlio, al Taliercio di Porto Cavergnaghi con Steve Burt e Frank Vitucci portati in trionfo.

Tutto questo sempre e soltanto grazie a Superbasket. A SB e ad Aldo Giordani: la “Voce del Basket” amava, adorava, viveva per questa sua creatura di carta di 60 pagine, cui si dedicava 24 ore su 24 dal menabò alla correzione di bozze.
Quasi, quasi più che non per quell’altra, fatta di carne e ossa, Claudia, rampolla che lo aveva “tradito” per consacrarsi regina azzurra dello sci italiano.
Per averne conferma basta riandare alla cineteca RAI o all’archivio dei suoi Editoriali al vetriolo.

Cos’è stato per me Superbasket?
Una magica creatura. Partorita nella clinica privata di Piazzale Duca d’Aosta, numero 8 interno b, nella Milano da bere delle mitiche “scarpette rosse”, a pochi passi dalla stazione meneghina e dall’Hotel Gallia, aborrito suk del calcio-mercato, cantato da Gianni Brera.
L’uscita in edicola, a cadenza settimanale, venne alla luce col botto, diventando subito un boom più grande dei cosidetti… Giganti. Rivali (?) raggiunti, superati, stracciati in numero di copie vendute e di firme: Ercole, Civolani, Cassani, Germano, la Divina Mabel Bocchi.
Celebre girava, a quei tempi, una battuta feroce, di autore anonimo: “Quelli sono mensile come il flusso muliebre”. Epitaffio maschilista, assai poco corretto ma decisamente efficace per dare un’idea del suo, e del nostro, complesso di superiorità.
In poche parole: non c’era gara, non c’era storia.
Tanti, tutti perfettamente amalgamati dallo chef gli ingredienti della ricetta di successo.
Le splendide foto di Bonfiglioli, gli schemi di Aldo Oberto, i personaggi di Cassani, il “Pressing a tutto campo” di Tedesco, il basket America di Maurizio Gherardini, il “Taccuino” di Dido Guerrieri, l’angolo dei fischietti di Sidoli, le donne di Pierluigi Valli, le inchieste di Mario Natucci, la rubrica “Trenta secondi” ovvero le lettere al Direttore del…Direttore (nessuno, nemmeno i fedeli Chiabotti e Francioso, osavano chiedergli chi gliele mandava…).

Il ricordo più bello?
La stima di Aldo Giordani, costruita pezzo per pezzo, intervista su intervista, pallino su pallino. A decine, a centinaia, rovesciati via posta...fuorisacco o in fax.
Mai una censura, mai uno modifica.
Ecco la cifra di Superbasket: massima libertà d’espressione, malgrado un “dittatore” che, come Montanelli, non tradì, mai, la sua Olivetti per un pc.
Una lezione che, oggi più di ieri e meno di domani, i nostri giovani made in Italy, dal primo bamboccione all’ultimo “sfigato”, dalla penna più d’assalto al cervello più in fuga farebbero bene a seguire…

In cauda venenum: quanto a certe voci che stanno girando in questi giorni su Superbasket …no comment.
I gufi che le mettono in giro, vadano a scopare il mare!
Attenti, messeri, perché non escluderei che una mattina qualcuno o qualcosa rinasca dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice, come la Reyer post fallimento, e si ripresenti in Redazione, di nuovo in vetta alle classifiche. Allora si, sarebbe la fine del mondo…!


ECCO IL TESTO "STORICO" (1^ uscita) DELLA RUBRICA DI SUPERBASKET "TIME OUT" CURATA DA MASSIMO FOSCATO. I FAMOSI PALLINI DI SUPERBASKET:
di Massimo Foscato


• Benetton ok, secondo il Financial Times, vangelo apocrifo della City londinese.
Questo il succo dell’autorevole testata albionica, emerso da un inserto zeppo di sentenze economico-social-politiche sul Bel Paese.
Tra i pochi promossi a pieni voti, accanto ad intoccabili come Agnelli e Pertini, i verdi della Marca Gioiosa un posto se lo sono guadagnato. De Stefano o no, non è facile far convivere nella patria della Liga Veneta un paio di colored, un terroncello e, dulcis in fundo, il Gianduiotto made in Nigeria.

• Zorzi riesumato (non c’è due senza tre, no?) per la panchina di Venezia.
Gamba piazzato, e subito dopo spiazzato, per il seggio di Treviso.
Medeot accasatosi sul fogolar di Gorizia, ma papabile anche in quel di Udine dove sarebbero in ballottaggio contestualmente Bardini, Toth, Guerrieri, Benvenuti, Van Zandt, Hubie Brown, Carnesecca, mio zio e vostra sorella…
Con l’avvicinarsi della bella stagione, tornano di moda i colpi di sole e di coccaggine, per la gioia degli appassionati di balla rilanciata, hobby diffuso sin dai tempi in cui Paolina Bonaparte, focosa p.r., pressava a destra e a manca favorendo, così affermava con candore, le fortune del coach d’Aiaccio.
Anche, ma non solo, nel Veneto i contribuenti hanno compreso a cosa servano gli ingombranti cartelloni elettorali, tazebao a disposizione di ciascun auto-candidato.

• Ancora qualche ora di collegamenti al calor bianco e poi, purtroppo, la rubrica Tuttobasket staccherà i microfoni e oscurerà le trasmissioni, Reminiscenze di loggione sintonizzano la mente e la solleticano a sciorinare “tu piccola scatola.
L’ultima cosa la sera, la prima la mattina, promettimi di non tacere all’improvviso”.
Standing ovation dedicata direttamente da Bertolt Brecth a Max De Luca, Carosio insuperabile dei canestri, con i ringraziamenti e gli arrisentirci di noi tutti!

• A proposito di Mestre e di Alì Babà Celada, Ezechiele Lupo perculeggiato quest’anno da troppi allegri porcellini.
La Pepper deve aver stipulato una lucrosa convenzione con un colosso farmaceutico, produttore di epatoprotettori.
Tanto più che Burcovich, braccio destro del presidente di Via Palazzo, fu, illo tempore, discreto collega del pisano Vitolo, cerusico che di veleni e compresse se ne intende un pochino.
Non si spiega altrimenti la sadica insistenza dei giocatori in Jeans di far mangiare, fino all’ultimo, fegato…alla veneziana ai propri supporters!

• Come aveva intuito quel galantuomo di Verdesca, scout è sinonimo di lealtà e di verità.
Dando una sbirciata a certi numeri del lotto… dei rilevatori statistici, che il cervellone della Lega è costretto a sfornare come oro colato, c’è veramente da preoccuparsi delle capacità oftalmiche dei simpatici giovanotti che fungono da rilevatori. Ohilà, ragazzi, non è che fra un po’, proprio perché vi ritenete giudici ufficiali e non smentibili, crederete di poter cancellare con qualche stoppata irregolare un paio di canestri ai giocatori ospiti? In ossequio, magari, a quel B.P., inventore e patrono della categoria, che vedendo davanti a un passaggio pedonale la solita vecchietta, l’avrebbe a forza accompagnata al di là della strada. Anche se l’interessata aveva già le chiavi di casa in mano…?

• A Udine il campionato era virtualmente archiviato da un pezzo, dato che i giochi apparivano “fatti” come i riflessi di…Nater.
Parafrasando il celebre motto del Praja, vien da affermare nema problema, tanto più che la griglia dell’A2 è meno incasinata, come provato dall’esperienza dell’ultimo biennio.
A bocce ferme, però, è doveroso rilevare che il salto all’indietro dei canguri Australian ha radici lontane, ben note al tandem Toth-Fadini, invocati ora dalla Piazza dei Signori come i Cincinnati del XX secolo.
Una dose abbondante di serenità, un cubetto, o meglio più di qualche centinaia di cuboni, di ghiacchio e di liraccia, e, amarus in fundo, un ettolitro di autocritica liquida sono gli ingredienti dello spritz al bitter che offriamo con simpatia immutata a Gianni Fiorini, antico idolo e amico fin dai tempi medioevali delle Sisters Abis.
Cin cin al futuro del Carnera che tornerà a tingersi, ne siamo certi, più di arancio che di nero!
Ma guai a intestardirsi su atteggiamenti che puzzano di vittimismo lontano un miglio: i veri furlani hanno sempre dimostrato di saper dominare, con i fatti e non a parole, qualsiasi terremoto, geologico e non…

• Palaverde di Treviso, tribuna stampa Benetton super affollata, domande ovvie per non dire banali al termine dell’incontro con i tricolori di Villalta, profeta in una patria che, se Porelli acconsentisse, gli tributerebbe onori trionfali e l’altare del Duomo locale.
Captando qualche colloquio con Sangodey, scatta spontanea l’associazione di idee con una polverosa pellicola di Michelangelo Antonioni, nomata “Professione reporter”. Laddove il capo, ma forse meglio capro, storico dell’esistenzialismo in celluloide pone di fronte il protagonista attivo, leggi il giornalista rompi che intervista, e quello passivo, ovvero lo stregone della tribù che viene intervistato. All’improvviso quest’ultimo decide di far ruotare la cinepresa di 180° e propone, spiazzando nettamente l’interlocutore, lo scambio delle parti. Evidentemente il simpatico watusso di Mangano deve aver frequentato qualche cineforum, in Nigeria o in USA fa lo stesso…

• Un arbitro è come lo zucchero: se ne avverti la presenza troppo o troppo poco, vuol dire che ti sta rovinando il caffè che intendi gustare.
A mio modesto e contestabile parere, secondo la ricetta di famiglia, tramandata gelosamente da uno strettissimo parente che, in tempi pionieristici, appartenne alla categoria, più uno è bravo e meno lo noti.
Del tandem triveneto Gorlato-Zanon aveva disturbato in passato qualche atteggiamento da protagonisti: averli riscoperti impeccabili in occasione di Viola-Scavolini, partita scorbutica e decisiva, mi ha fatto un enorme piacere. Chissà che non vengano buoni, come certe correzioni delle loro terre altamente alcooliche, nella bollente tazzina tricolore!

• Atto conclusivo della regular season nell’acquario dell’Arsenale.
Finale al cianuro, con tanto di coda scorpionica supplementare fra Giomo e Pepper, con Paperino e Gastone, ovvero Lelli e Celada, che rinverdiscono l’epopea del celebri “al di qua, al di là dell’acqua”, happening in occasione dei quali persino il Direttore di SB sbarcava sul molo di San Marco.
Proprio all’ultimo giro di roulette, malgrado il 14 nero (n.d.r. Tolbert), numero sul quale qualcuno si è giocato l’ultimo bullone della propria Mercedes, calamiti la maledetta pallina della staffa, quel vecchio crupier di Steve Hawes riesce a salvare, se non la stagione granata, il Ridotto di Medeot.
Alla firma del referto, scatta il grilletto della rivoltella mestrina ma, per fortuna della terraferma, ci aveva pensato Mangano a caricarla a salve.
Gianni per Gianni, molto meglio beccarsi un colpo di De Cleva che di clava!

• Zibaldone finale riservato al bilancio delle coppe maschili.
Secondo l’antico adagio una per ciascuna non fa male a nessuno, le coorti di Iberia, di Slavonia e del Bel Paese hanno inciso lo stemma delle proprie paladine nell’albo d’oro ’85.
Geopolitica, chi era costei? Ad eccezione della Coppa Coppe, conquistata dalla moreria blaugrana di Barcellona, autentica multinazionale, come sottolineava giustamente Sandro Gamba, per via del domenicano Sibilio, dell’argentino De La Cruz e degli statunitensi Howard e Davis, vecchie conoscenze di Brindisi e Rimini, i due rimanenti…Graal sono andati, secondo le previsioni di ogni aspirante Merlino, fra le mani dei figli di Pietro, ovvero Peterson e Petrovic.
Così al banchetto della Tavola Rotonda di Monaco, tutti bevvero felici e contenti…